Il cyberbullismo non è un gioco – Di G. Maiolo, psicoanalista

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    Giuseppe Pecoraro

    Un preoccupante 9% delle vittime sviluppa comportamenti autolesivi e arriva finanche a pensare o tentare il suicidio.

    Le prepotenze e le aggressioni, le derisioni e le minacce che si sviluppano grazie alle nuove tecnologie di comunicazione sono comportamenti ancora poco conosciuti.
    Sappiamo di alcuni che cataloghiamo come bullismo virtuale, ma di molti altri siamo ancora all’oscuro.
    Di certo conosciamo poco tutte le varianti del cyberbullismo che miete continuamente vittime.

    Eppure si tratta di azioni che tra i giovani perennemente connessi, divengono giorno dopo giorno più popolari e dove la pericolosità è sottovalutata e le conseguenze sottaciute.
    La gran parte degli adolescenti, ad esempio, sembra essere propensa a considerare come divertenti le azioni offensive messe in atto sui social e nelle chat.
    Gli studi sul fenomeno ci dicono invece che la portata di questi comportamenti è maggiormente lesiva e in costante aumento.
    Anzi rischia di interessare fasce di minori sempre più giovani per l’uso anticipato della tecnologia digitale e per la mancanza pressoché totale di educazione ai media.
    Così, abbandonati a se stessi, i minori hanno una scarsa percezione del rischio e in genere è assente l’idea di far del male con i potentissimi strumenti digitali.

    Educarli non significa demonizzare internet, il web e i vari “device” che rendono possibili azioni offensive e di violenza digitale.
    Vuol dire piuttosto far conoscere la realtà delle prevaricazioni che sul web si possono diffondere facilmente.
    Vuol dire fare ogni tentativo possibile per dare ai bambini e agli adolescenti conoscenze appropriate sugli effetti che producono le parole e le azioni virtuali, anche solo quelle più apparentemente innocenti o giocose.

    Perché tra i minori c’è oggi la tendenza a giocare e divertirsi online, sottovalutando gli effetti delle azioni virtuali.
    A causa della distanza fisica i bambini non hanno la possibilità di rispecchiare le emozioni, non colgono le proprie che esplodono senza controllo e non percepiscono quelle degli altri.
    La mancanza di un contatto reale inoltre favorisce un processo psicologico chiamato «disimpegno morale», che si attiva in chi aggredisce e mette in sospensione il sentimento di colpa.

    L’impossibilità di guardarsi in faccia può funzionare da detonatore dell’aggressività violenta, perché l’assenza del contatto fisico disinibisce il comportamento.
    Infine l’aspetto più frequente che gli adolescenti dicono di provare è quello della leggerezza. Tutto sembra non far del male a nessuno.
    Al contrario diverte sia gli aggressori che le vittime.
    Così è diventa un gioco ridicolizzare una compagna di classe per la sua particolare forma fisica o prendere in giro lo «sfigato» di turno e sminuire il compagno «secchione» più bravo della classe.

    In realtà sappiamo, secondo i dati più accreditati, che il 61% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni dichiara di aver subito attacchi sui social e il 58% dice di essere stato offeso dalla diffusione di notizie false sul suo conto.
    Ma a fronte di questo emerge anche che il 67% delle vittime fa finta di nulla e il 33% non chiede aiuto.
    E poi c’è un buon 28% di adolescenti che aspetta che il tempo passi, mentre un preoccupante 9% delle vittime che sviluppa comportamenti autolesivi e arriva finanche a pensare o tentare il suicidio.

    Questo ci fa capire quanto sia urgente per chi ha funzioni educative, genitori e insegnanti, possedere precoci strumenti di lettura del fenomeno e competenze specifiche per azioni di prevenzione e capacità operative nelle situazioni di conclamata violenza.

    Fonte: http://www.ladigetto.it

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