Carolina Picchio uccisa da un video. “Le parole fanno più male delle botte”

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    Cetty Mannino
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    Era la notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2013 quando nel buio di Novara una giovane vita ha deciso di farla finita. Era una notte qualunque ma non per Carolina Picchio, 14 anni, che ha deciso di lanciarsi nel vuoto e mettere fine ad un dolore che le aveva spento ogni sorriso e tolto persino l’aria. Carolina Picchio era vittima di cyberbullismo.

    Tutto è cominciato per caso. Una sera la comitiva ha organizzato una cena in casa di amici e Carolina si lascia accompagnare dal padre. Forse durante la serata ha bevuto  troppo, lei non era abituata a reggere l’alcol. Improvvisamente si sente male, va in bagno, barcolla, un’amica l’accompagna e lì comincia l’incubo. In bagno entrano dei ragazzi, cercano di violentarla, prendono i telefonini e girano un video. Ed è a questo che punto che l’incubo si trasforma in un male sordo, che cresce in Carolina, che non trapela mai e che si nasconde dietro il sorriso di un’apparente felicità.

    Il video, attraverso whatsapp, passa da telefono in telefono e in poco tempo Carolina viene presa in giro anche a scuola, tanto che lei stessa decide di cambiare istituto. Ma il trasferimento non le assicura la felicità. E qui sta proprio “la trappola del cyberbullismo”, non avere un raggio d’azione fisico circoscritto, perché il tam tam dei video e dei messaggi diventa talmente virale che non è possibile tracciarne la diffusione in senso territoriale, anagrafico o culturale. Carolina intanto in famiglia non fa trapelare niente, neanche un segno di sconforto.

    La ragazza cerca in tutti i modi di ignorare i messaggi, ma non ci riesce. Arrivato ad un certo punto gira la voce che Carolina abbia la mononucleosi e tra gli amici e i conoscenti si alza un coro di commenti. La vergogna più che la paura a questo punto l’ha spinta a non parlare con nessuno del problema. La 14enne è entrata in un vicolo cieco e non è riuscita a venirne fuori. Carolina Picchio prima di mettere fine alla sua vita ha scritto un biglietto:

    “Perché questo? Beh, il bullismo, tutto qui.

    Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male”

    Dal 2015 il papà di Carolina, Paolo Picchio, ha avviato una serie di iniziative in tutt’Italia per sensibilizzare adulti e studenti al fenomeno.  Ed è proprio in nome di Carolina e di tutte le vittime di cyberbullismo che bisogna spiegare che dietro ogni insulto c’è una persona che soffre, chiusa nel proprio silenzio.

     

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